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pubblicato: giovedì, 10 settembre, 2015

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Derby, quando Milan-Inter ispirò le pagelle post-partita

derby-pagelle

Oggi le pagelle rappresentano una delle poche certezze, non solo del calcio ma dello sport in genere. Sono spesso più lette della cronaca delle partite e ci vengono propinate in tutte le salse: c’è il voto, il giudizio, l’aggettivo secco, ma anche – per i più fantasiosi – le varianti delle freccette,dei pallini o del pollice verde o rosso, in su o in giù. Se poi pensiamo al fantacalcio le pagelle diventano presupposto necessario per una delle più grandi passioni dei calciofili.

Non che i calciatori abbiano sempre gradito. Nella classifica  degli aneddoti più divertenti spicca un “derby napoletano”: si racconta che Maradona dopo un 3,5 in pagella attese un giornalista nella sede di una tv privata o che Careca dopo un 4 accoppiato ad  con un “coniglio imbelle” – che lui scambiò per imbecille –  arrivò quasi alla rissa col giornalista che cercava di spiegargli il significato della parola.

Ma vi siete mai chiesti come sono nate le pagelle?

Anche loro, come tanto altro del nostro calcio, sono figlie del derby di Milano. Furono inventate nel primo dopoguerra da due cronisti Aldo Missaglia e Gigi Scaramboderby-pagellene che lavoravano per una piccola rivista  settimanale che si chiamava “MilanInter” e che veniva distribuita a mano agli ingressi di San Siro durante le partite di Milan e Inter.

I due si resero conto che per raccontare il calcio era necessario qualcosa di innovativo, allora si inventarono i voti per i giocatori, un po’ come quelli che venivano dati a scuola. All’inizio rifilati in trentesimi come all’università. L’iniziativa ebbe in breve tempo grandissimo successo tanto da trovare subito uno sponsor: un imprenditore dell’epoca che metteva in palio un orologio per chi avesse preso il voto migliore. Le pagelle così – nate dall’aria del derby – furono poi adottate dai quotidiani solo negli anni ’60, e iniziarono a coinvolgere non solo i tifosi ma anche gli interessati: un 4 poteva indirizzare la carriera di un calciatore ma anche far passare un brutto quarto d’ora ad un giornalista.

 

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